Sono Marion M. nata 50 anni fa in Germania, in un paese che si chiama Wuppertal.  

I miei genitori erano persone abbastanza brave, che però avevano un grande problema con l’alcool. Bevevano grappa come se fosse   caffè. La mia mamma teneva la casa in ordine solo quando non aveva bevuto troppo. Quando lei e mio padre erano ubriachi fradici passavano tutto il giorno a letto. A volte la sbornia durava tre giorni e nessuno si curava di noi. Allora io, la mia sorellina e il mio fratellino andavamo in giro a rubare perché avevamo fame e non c’era niente da mangiare. Rubavamo soldi anche ai nostri genitori perché volevamo far loro dei regali per il compleanno o per Natale. Litigavano spesso, però vi fu un giorno che non dimenticherò mai. Mentre erano a letto pieni di alcool, mio padre mi chiamò e mi chiese di andare in cucina a prendere un coltello. Voleva uccidere la mamma. Lo supplicai di non farlo, ma dovetti ubbidire. Avrò avuto all’incirca otto anni, non ricordo bene. Quando tornai dalla cucina col coltello in mano, trovai mia madre a cavalcioni di mio padre; aveva la sua testa fra le mani e la sbatteva più volte con violenza contro il muro. Io e i miei fratelli scappammo in camera pieni di paura, piangevamo e non sapevamo cosa fare. Un po’ di tempo dopo trovai il coraggio di andare a vedere cosa fosse successo. Temevo di trovare la mamma o il papà in una pozza di sangue. Niente di tutto questo. Erano lì, inebetiti e incolumi. Ricordo che un giorno vennero due poliziotti e portarono via mio padre per qualcosa che mi aveva fatto, non ricordo cosa. Ricordo solo che ebbi tanta paura. Tante volte in quel periodo mia mamma mi svegliava di notte, sempre fra mezzanotte e le due del mattino, e mi mandava con una bottiglia vuota in una birreria gestita da certi amici suoi per procurarle dell’alcool. Il posto distava dieci o quindici minuti. Dovevo incamminarmi al buio, da sola, in piena notte, tremante di paura. Alla birreria mi davano la grappa, ma era un locale pieno di ubriachi puzzolenti di alcool e di fumo che tentavano di toccarmi e       abbracciarmi.

Una volta uno si appartò con me e mi costrinse a fare delle brutte cose con lui. A casa non dissi niente, avevo troppa paura che mi avrebbero picchiata per questo. Una volta successe anche a casa; fu mio padre a toccarmi. Rimasi impietrita senza sapere cosa fare, finché non comparve mia madre che mi gridò di sparire. Così un giorno comparvero anche i problemi scolastici. Dovendo uscire di notte, il mattino dopo ero troppo stanca per andare a scuola. Me ne andavo in giro, dove sapevo di trovare dei gatti randagi con cui giocare. Passavo con loro tutta la mattina. Quando mia madre lo venne a sapere, mi riempì di botte, specialmente sul viso e sulla testa. Spesso andavo a casa dei nonni; però anche là c’era la stessa situazione. Anche loro bevevano e anche il nonno abusava di me quando la nonna non c’era o era ubriaca. Anche se ero piccola, sentivo che questo non era normale; ma non avevo scelta. Ricordo che a punirmi era sempre mia madre. Mio padre mi ignorava, non mostrava alcun         interesse nei miei confronti. Non ricordo una parola o un atto gentile da parte sua. Le poche volte che apriva bocca con me erano parolacce. Un paio d’anni dopo avrei compreso il motivo della sua indifferenza; ma non potei parlarne con lui perché morì presto. Mi dispiaceva che mi trattasse così perché era sempre mio padre e gli volevo bene. Intanto le cose a casa mia non andavano per niente bene. Vivevo sempre più fuori di casa e vagabondavo. Non c’era nessuno che s’interessasse a me o a quello che stavo facendo.

Cari Amici ho scritto un libretto di come era la mia vita passata e ringrazio Dio per il suo intervento in me

Il libretto della mia testimonianza si può richiedere da Samuel